Attilio Papandrea, scultore

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ATTILIO PAPANDREA, SCULTORE (di Massimo Mazzella)

Parlando di Attilio Papandrea, scultore in S. Giovanni di Gerace, bisogna necessariamente considerare quelle che sono le sue radici etniche e culturali. Questo ancor giovane artista calabrese vive, tuttora, circondato e immerso in un mondo contadino, rimasto pressoché incontaminato, nei suoi tratti essenziali, da secoli. I valori e le aspirazioni che animano la gente che popola questo “microcosmo” sono quelle stesse che ispirano l’arte di Attilio Papandrea. Dalle sue opere trasuda l’essenza vitale di un popolo indomito, che la difficoltà di una vita piena di sacrifici ha forgiato, giorno per giorno.

Bisogna conoscerla davvero come il sottoscritto, questa gente tenace (fino alla testardaggine), per comprendere in pieno ciò che trasuda da ogni opera del nostro artista. È la natura del luogo natio ad offrire, generosa, le materie prime dalle quali prendono forma le figure figlie dello spirito e della fantasia dello scultore. Egli riesce, quasi per magia, a dare vita a forme astratte, strappandole dal legno di ulivo (“ajivara”) in cui sono nascoste.

image Dalla pietra calcarea (“petra morta”) prendono forma, invece, figure mitologiche, antico retaggio di ascendenze elleniche. Con la creta (“crita”) ed il gesso (“gissu”) Attilio Papandrea riesce a dar forma e nuova vita a volti di contadini, nella loro sofferenza e fierezza, e a figure religiose e votive, che rispecchiano in pieno la pietà e la devozione popolari. Scultore completo, quindi, il nostro artista, interprete autorevole dei sogni e dei bisogni della sua gente.

Caparbio, testardo, infantile quasi, nella sua semplicità e nel suo entusiasmo, che, spesso, il sottoscritto cerca di scoraggiare, sortendo puntualmente l’effetto contrario. In lui e per lui rivendicano la loro presenza generazioni e generazioni di contadini e artigiani senza nome (essendo lui stesso contadino e artigiano), che la storia ufficiale ha ignorato e continua a ignorare.

Mi piace concludere queste note rammentando l’affetto profondo che mi lega ad Attilio da oltre un trentennio: eravamo bambini quando iniziammo la nostra amicizia, trasformatasi ben presto in un rapporto di veri fratelli. È per questo che posso ben dire, con cognizione di causa, quanti meriti abbia questo piccolo grande artista, che ha sempre conservato nell’animo il senso profondo dell’orgoglio delle proprie origini e, allo stesso tempo, di grande umiltà, pronto cioè a rimettersi in discussione ogni momento, alla ricerca di nuove forme espressive, per ricominciare daccapo con nuovo entusiasmo.

Attilio, continua sempre così!

 

(Articolo tratto da “La Campana”)